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Neurodivergenza e plusdotazione: quando pensare "fuori dagli schemi" è il modo più naturale di essere - Professional Academy

Neurodivergenza e plusdotazione: quando pensare “fuori dagli schemi” è il modo più naturale di essere



Intervista a Simona Trani, autrice di Neurodivertente – Pensieri a tutto ramo

Negli ultimi anni il termine neurodivergenza è entrato sempre più spesso nel dibattito pubblico. Se fino a poco tempo fa si parlava quasi esclusivamente di disturbi dell’apprendimento o di autismo, oggi il concetto si è ampliato, includendo tutte quelle modalità di funzionamento neurologico che si discostano dalla norma statistica e che influenzano il modo di percepire, apprendere, comunicare e relazionarsi con il mondo.

Tra queste rientrano, ad esempio, l’ADHD, l’autismo, la dislessia, la discalculia e anche la plusdotazione cognitiva (giftedness), una caratteristica ancora poco conosciuta e spesso fraintesa.

Essere plusdotati non significa soltanto avere un quoziente intellettivo elevato. Significa spesso vivere le emozioni con maggiore intensità, avere un pensiero estremamente rapido e associativo, una curiosità inesauribile e una sensibilità che può trasformarsi tanto in una risorsa quanto in una fonte di fatica, soprattutto in contesti poco inclusivi.

Comprendere la neurodivergenza significa quindi superare l’idea che esista un unico modo “giusto” di imparare, lavorare o relazionarsi. Significa imparare a riconoscere il valore delle differenze.

Per approfondire questi temi abbiamo intervistato Simona Trani, autrice del libro “Neurodivertente – Pensieri a tutto ramo”, un’opera che racconta la neurodivergenza con semplicità e immediatezza.

Un libro che racconta la mente… senza etichette

“Neurodivertente – Pensieri a tutto ramo” non è un manuale né un saggio tecnico.

È piuttosto un viaggio dentro il modo di pensare di una persona neurodivergente, fatto di riflessioni, episodi di vita quotidiana, intuizioni improvvise e collegamenti inaspettati.

Il titolo stesso racchiude il senso dell’opera: un gioco di parole che invita a guardare alla neurodivergenza non solo come una sfida, ma anche come un diverso modo di esplorare il mondo, ricco di creatività, curiosità e possibilità.

Che cos’è la neurodivergenza?

La neurodivergenza è un concetto nato all’interno del movimento per la neurodiversità, secondo cui le differenze neurologiche rappresentano una naturale variabilità del cervello umano e non esclusivamente una patologia da correggere.

Ogni persona neurodivergente presenta caratteristiche uniche, punti di forza e difficoltà differenti. L’obiettivo non è eliminare queste differenze, ma creare ambienti in cui possano essere comprese e valorizzate.

Intervista a Simona Trani

Simona, partiamo dall’inizio. Come nasce l’idea di scrivere NeurodiverTente – Pensieri a tutto ramo?

Non c’è stato un momento preciso, quanto piuttosto una somma di incontri, letture e ascolti. La routine serale con mio figlio comprende sempre la lettura di un albo illustrato insieme, e spaziando tra gli argomenti mi sono accorta che esistevano libri che parlavano di autismo o di bullismo, e ho pensato che sarebbe stato bello offrire a mio figlio e ad altri come lui un albo dove potessero rispecchiarsi e condividere uno spazio di riconoscimento con gli adulti intorno a loro.

Per anni ho lavorato come educatrice e docente di Lingua dei Segni Italiana, occupandomi di inclusione. Poi è arrivata l’esperienza personale come mamma di un bambino plusdotato, che mi ha aperto nuove prospettive e mi ha fatto comprendere quanto sia ancora poco conosciuto il mondo della neurodivergenza.

Ho sentito il bisogno di raccontarlo con un linguaggio accessibile, capace di arrivare ai bambini, ai genitori, agli insegnanti e a chiunque si sia sentito almeno una volta “fuori posto”. Non volevo scrivere un manuale, ma un albo illustrato che aiutasse a guardarsi dentro.

Il titolo è originale e incuriosisce subito. Che cosa significa per te “Neurodivertente”?

È una parola che nasce dall’incontro tra “neurodivergente” e “divertente”, ma per me non è solo un gioco linguistico: è un modo per invitare a cambiare prospettiva, a cambiare lo sguardo.

Di solito, quando si usano termini clinici o legati alla neurodivergenza, si scivola subito in un registro pesante, medico, fatto di “difficoltà”, “disturbi” o “adattamenti”. Mettere dentro la parola divertente spero renda l’idea più leggera e che trasmetta immediatamente gioia ed energia.

Giocare con questi due termini non significa sminuire la fatica che a volte i bambini e le famiglie affrontano, ma aiuta a ribadire che dentro quel modo di funzionare c’è anche uno straordinario mondo pieno di creatività, imprevedibilità e bellezza.

Qualcosa che non ti aspetti, già dal titolo!

Molte persone sentono parlare di neurodivergenza, ma spesso ne hanno un’idea molto superficiale. Qual è il pregiudizio che incontri più frequentemente?

Il pregiudizio più diffuso è che la neurodivergenza sia qualcosa da “aggiustare”. In realtà non è una malattia, ma una diversa modalità di funzionamento del cervello. Nel caso della plusdotazione, inoltre, complice anche la stessa parola che la definisce, si pensa che significa essere automaticamente un genio.

In realtà ogni bambino plusdotato ha una storia diversa: ci sono punti di forza, difficoltà, strategie e percorsi personali.

Credo che dovremmo smettere di chiederci quanto una persona sia “normale” e iniziare a chiederci di cosa abbia bisogno per esprimere il proprio potenziale.

Nel tuo libro emerge anche il tema della plusdotazione. Perché pensi sia ancora così poco conosciuta?

Perché siamo ancora appunto legati allo stereotipo del “genio”. La plusdotazione viene spesso associata a voti eccellenti e prestazioni straordinarie in ogni campo, mentre può manifestarsi in modi molto diversi.

Il funzionamento neurodivergente si può vedere soprattutto attraverso un pensiero non lineare e attraverso una capacità di problem solving non scontata, come ho cercato di spiegare attraverso l’albo.

Esistono bambini/e che si annoiano a scuola perché tutto molto sequenziale, adulti che hanno cambiato molti lavori, persone molto sensibili che vivono emozioni intense e ragazzi/e che nascondono le proprie capacità per sentirsi accettati.

Con il parlare di plusdotazione attraverso questa narrazione spero di contribuire a restituire dignità e ascolto a una diversità di pensiero che ha bisogno di essere riconosciuta per poter fiorire.

Ricevere una diagnosi o riconoscersi come persona neurodivergente in età adulta può cambiare il modo di leggere il proprio passato. È stato così anche per te?

Più che trovare un’etichetta, ho trovato una chiave di lettura.

Molti episodi della mia vita hanno acquisito un significato diverso: alcune difficoltà, alcune intensità emotive, il bisogno continuo di cercare connessioni, la curiosità costante. Ma soprattutto, ho capito quale sia la lente attraverso la quale vedo il mondo.
Non è un’etichetta che mi definisce (nel mio caso ne avrei anche più di una), ma è un punto di partenza per vivere con maggiore consapevolezza e con meno sensi di colpa e soprattutto per smettere di sentirsi sbagliati.

Molti descrivono la neurodivergenza come un continuo equilibrio tra grandi risorse e grandi fatiche. Ti ritrovi in questa descrizione?

Assolutamente sì. La stessa caratteristica che permette di avere intuizioni originali può anche rendere difficile fermare il flusso dei pensieri. La sensibilità può trasformarsi in empatia profonda, ma anche in sovraccarico emotivo.
Anche la solitudine nel rapporto con i pari nasce spesso da un compromesso continuo: scegliere se essere sé stessi o sentirsi parte del gruppo. È un equilibrio delicato che molte persone neurodivergenti conoscono bene, perché il bisogno di appartenenza si scontra con il desiderio di non dover nascondere il proprio modo di pensare, di sentire e di vivere il mondo.

Il cosiddetto “masking” può influenzare molto questo continuo equilibrio tra risorse e fatiche.

La creatività sembra attraversare tutto il tuo libro. Pensi che il pensiero divergente rappresenti uno dei punti di forza della neurodivergenza?

Il pensiero divergente non è solo una risorsa: è spesso il modo in cui molte persone neurodivergenti leggono il mondo.

Per me significa non fermarsi alla prima risposta, ma vedere più possibilità, più connessioni, più sfumature. A volte questo può essere faticoso, perché la mente corre veloce e non sempre trova subito un ordine. Però è anche ciò che permette di uscire dagli schemi, di trovare soluzioni originali e di guardare la realtà da prospettive nuove.
Più che un talento, è proprio una caratteristica intrinseca e naturale per un neurodivergente.

Quanto conta il contesto? Una scuola, un ambiente di lavoro o una famiglia possono fare davvero la differenza?

Conta moltissimo, in quanto la differenza tra sentirsi sbagliati e sentirsi valorizzati spesso non dipende da noi, ma dall’ambiente che ci circonda. Una scuola inclusiva, una famiglia che ascolta o anche un luogo di lavoro capace di riconoscere i talenti possono trasformare una fatica in una possibilità.
La non accoglienza può portare a sentimenti di esclusione o marginalità che nel tempo si radicano in un profondo senso di diversità ma nel senso negativo del termine.

L’inclusione gioca un ruolo importantissimo ma non significa trattare tutti allo stesso modo: significa piuttosto dare a ciascuno gli strumenti adatti per esprimere il meglio di sé.

Che consiglio daresti a una persona che si riconosce in alcune caratteristiche della neurodivergenza ma non sa da dove cominciare?

Direi di partire dalla conoscenza. Leggere, confrontarsi con professionisti competenti, ascoltare le testimonianze di altre persone e, perché no, intraprendere un percorso di valutazione.

Ma soprattutto direi di avere pazienza con sé stessi. Scoprire il proprio funzionamento richiede una grande capacità di mettersi in discussione e accettarsi.

Se dovessi lasciare ai lettori una sola idea dopo aver letto il tuo libro, quale vorresti fosse?

Da un lato, desideravo che il piccolo lettore potesse rispecchiarsi nella storia, condividendo così il proprio modo di essere con chi sta leggendo insieme a lui. L’obiettivo era far scaturire un momento di consapevolezza, offrendo al bambino l’occasione di esprimere vissuti che forse non aveva ancora avuto modo di comunicare. Quindi albo come specchio di riconoscimento…

Dall’altro, speravo che questo libro potesse trasformarsi in uno strumento di formazione, educazione e supporto psicologico: un punto di partenza per affrontare temi delicati sia nella pratica clinica che in ambito scolastico, magari attraverso laboratori dedicati.

Dall’uscita dell’albo a oggi, ho ricevuto preziosi riscontri da psicologi e insegnanti che lo hanno utilizzato proprio con queste finalità. Sapere che, attraverso il protagonista, il libro sta aiutando i bambini a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé è stato per me motivo di grande emozione.

Uno sguardo nuovo sulla diversità

Parlare di neurodivergenza significa, prima di tutto, parlare di persone. Significa riconoscere che non esiste un unico modo di imparare, di lavorare, di comunicare o di vivere le emozioni.

Libri come “Neurodivertente – Pensieri a tutto ramo” aiutano a fare proprio questo: raccontare la complessità senza semplificazioni, mostrando come dietro ogni etichetta ci siano esperienze, relazioni e storie uniche.

La speranza è che una maggiore conoscenza contribuisca a costruire ambienti sempre più inclusivi, in cui le differenze non siano viste come ostacoli da eliminare, ma come risorse da comprendere e valorizzare.

 

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